La “natura” è un sistema in equilibrio, che si basa su di un modello a catena chiusa, detto anche di tipo circolare; quello che si presenta come uno scarto di una pianta o di un’animale diventa il cibo per una altro organismo vivente. La natura non conosce il concetto di rifiuto come noi umani lo consideriamo e prima delle rivoluzioni industriali neanche l’uomo produceva rifiuti, parliamo di circa 150 anni fà. Quello che a noi viene propagandato come sviluppo e crescita in realtà è un regresso, in quanto le attuali attività antropiche hanno creato un disequilibrio nell’ecosistema. Alla base della filosofia industriale il rifiuto non è contemplato come voce di profitto e/o danno economico, lasciando ricadere gli effetti negativi sulle popolazioni e sui consumatori. Estrazione delle materie prime, trasformazione (assemblaggio e produzione), commercializzazione, utilizzo (consumo) ed infine “rifiuto”. Per poter continuare a soddisfare i nostri bisogni in questo modo abbiamo necessità di un altro pianeta Terra da cui approvvigionarsi delle materie prime. Dal 1987 un gruppo di ricerca si è occupato di misurare l’impronta ecologica, ridurre gli sprechi e conservare le risorse in tutti gli Stati Uniti ed in Canada. Questo gruppo ha condiviso la sua esperienza lavorando con aziende, governi ed organizzazioni no-profit. Questi ricercatori usano un indice ambientale dei consumatori basato sul ciclo vita dei rapporti economici ed il relativo stile di vita. Tramite questo indice calcolano i rifiuti, l’energia e gli impatti delle sostanze tossiche causati dalle tre fasi di produzione, uso e smaltimento di merci e servizi acquistati ogni anno da parte dei consumatori. Il gruppo attraverso i suoi studi ha evidenziato l’insostenibilità dell’attuale sistema socio-politico e proposto un’alternativa imitando i processi naturali, in quanto i rifiuti sono un segno di inefficienza. La strategia proposta prende il nome di rifiuti zero (Zero Waste). Questo obiettivo esprime la necessità di progettare un circuito chiuso per il sistema sociale/industriale. Con l’uso dei termini “rifiuti zero” si vuole esprimere anche “zero rifiuti solidi”, “zero rifiuti pericolosi”, “zero sostanze pericolose” e “zero emissioni”. La strategia suggerisce che il concetto attuale di rifiuto deve essere eliminato. I rifiuti dovrebbero essere pensati come “residui di prodotto” o più semplicemente come una “potenziale risorsa”. L’opportunità per la riduzione dei costi, l’aumento dei profitti e la riduzione dell’impatto ambientale si evidenziano quando si riducono questi prodotti residuali e le risorse come cibo per il sistema industriale e naturale. Ciò comporta la riprogettazione dei prodotti e dei processi al fine di eliminare le loro proprietà pericolose che li rendono inutilizzabili ed ingestibili, in quantità tali da non sovraccaricare le industrie e l’ambiente.
Per ottenere Rifiuti Zero occorrono tre cose: a) responsabilità industriale (a monte), b) responsabilità della comunità (a valle), c) una buona leadership politica (per saldare insieme entrambe le cose). Le norme italiane obbligano le pubbliche amministrazioni a perseguire i concetti sopra espressi e l’art. 179 del D.Lgs N.152 del 3/04/06 individua le priorità secondo criteri di prevenzione e riduzione: a) lo sviluppo di tecnologie pulite, che permettano un uso più razionale e un maggiore risparmio di risorse naturali; b) la messa a punto tecnica e l’immissione sul mercato di prodotti concepiti in modo da non contribuire o da contribuire il meno possibile, per la loro fabbricazione, il loro uso o il loro smaltimento; c) lo sviluppo di tecniche appropriate per l’eliminazione di sostanze pericolose contenute nei rifiuti al fine di favorirne il recupero. Inoltre le pubbliche amministrazioni devono adottare misure dirette al recupero dei rifiuti mediante riciclo, reimpiego, riutilizzo. Alla comunità spetta la responsabilità di conferire i materiali in discarica rispettando i principi cardine: evitare di generare rifiuti attraverso iniziative di prevenzione dei rifiuti. Consegnare presso aree di raccolta materiali riutilizzabili, come ad esempio prodotti tecnologici non di ultima generazione. Bisogna ricordare che dal punto di vista giuridico amministrativo esiste il principio di legalità che afferma la corrispondenza dell’attività amministrativa alle prescrizioni di legge ed un amministratore che non applica le norme lo viola. Inoltre, esiste il principio di imparzialità. Si comprende che l’imparzialità va intesa innanzitutto come equidistanza tra soggetti pubblici o privati che vengono in contatto con la pubblica amministrazione. In Italia il concetto di comunità è stato manipolato per garantire facili profitti economici a pochi soggetti industriali divenuti monopolisti del ciclo integrato dei rifiuti. Invece negli Stati Uniti i suoli delle discariche sono di proprietà pubblica, inoltre la gestione delle stesse o di un impianto di riciclo può anche essere affidato ad un soggetto privato diverso da quello addetto alla raccolta. In questo modo separando i ruoli della filiera del ciclo dei rifiuti si evitano conflitti e concorsi di interesse a vantaggio della comunità che paga le tasse. Partendo “dal basso”, secondo i dati forniti da Cittadinanzattiva, a Salerno i cittadini conferiscono 510 kg/ab/anno (produzione pro-capite dei rifiuti anno 2008 variazione sul 2007) e versano un importo annuo €345 (2009), mentre a Parma conferiscono 569 kg/ab/anno e versano €237. Capite la contraddizione? I cittadini salernitani conferiscono meno rifiuti e pagano molto di più rispetto ad una cittadina di simili dimensioni che ha un reddito procapite superiore. Accade il contrario del principio: chi inquina paga. La produzione procapite è il dato fondamentale su cui ragionare, e l’UE pose l’obiettivo di 300 kg/ab/anno entro il 2000. La responsabilità dell’obiettivo fallito è soprattutto degli amministratori ed in generale, i comuni non applicano la misura corretta €/kg conferiti ed usano ancora il criterio improprio e scorretto €/mq/numero persone che per l’appunto non misura lo stile di vita, e così non importa quanti rifiuti indifferenziati conferisci e paghiamo un tassa impropria, indiscriminatamente. Gli studi statistici ed economici hanno evidenziato fino ad ora che l’unico modo per poter raggiungere in breve termine l’obiettivo rifiuto zero è l’adozione della raccolta domiciliare “porta a porta”, tramite lettura di un microchip che misura il peso e/o numero di bidoncini svuotati. (Fonte: P. Gentilini e N. Belosi, Le buone pratiche, Bollettino dell’Assise di Napoli, ott.-nov. 2007, pag. 18). Dall’analisi dei dati, la raccolta domiciliare con separazione secco/umido, sia per l’intero campione, sia per le diverse fasce di grandezza dei comuni, presenta in modo netto i migliori risultati rispetto agli altri sistemi di raccolta Le altre alternative attuali al sistema “porta a porta” sono la raccolta stradale (cassonetti) e quella mista, entrambe inefficaci. Inoltre la raccolta mista è quella con peggiori rapporti costi/benefici poiché non riesce ad ottenere le priorità indicate dalle norme mantenendo in vita entrambi i metodi, stradale e domiciliare, che vanno in conflitto tra di loro. E’ necessario chiarire che le industrie producono due tipi di “rifiuti”: urbani e speciali. Oggi il 90% dei “rifiuti” urbani non sono più un rifiuto perché riciclabili, compostabili e riutilizzabili, per cui solo il 10% residuale deve essere studiato da centri di ricerca e rimesso nel mercato come gli altri. Questo 10% non rappresenta un pericolo per la salute umana poiché inerte ma purtroppo oggi vengono inceneriti recando danni ambientali. I “rifiuti” speciali per ben l’85% sono riciclabili e solo il restante 15% va conferito in discariche speciali. Un esempio ben applicato di raccolte differenziate è il Consorzio Priula in provincia di Treviso mentre altre realtà meridionali stanno, finalmente, seguendo l’esempio delle buone pratiche amministrative. Ecco alcuni esempi tecnologici dei rifiuti differenziati circa come possono essere trattati nei seguenti impianti, per la parte umida: bioreattori attivabili, compostatori per l’agricoltura. Le plastiche si dividono in riciclabili o riutilizzabili e possono essere “estruse” e trasformate in vari prodotti: edilizia, arredo urbano, interni. Carta, legno e vetro sono, da decenni, normalmente trasformate e riutilizzate. Quindi per applicare la strategia rifiuti zero la politica deve rendere illegali le merci non riciclabili, imponendo nuove regole di progettazione industriali dei prodotti e favorendo le università con i centri di riciclo dove poter studiare un modo di recuperare le attuali merci residuali. Al progetto rifiuti zero partecipano interi Stati, contee, regione, città di milioni di abitanti e piccoli centri urbani sparsi in tutto il mondo. In Italia, Capannori (LU) è stato il primo Comune a deliberare tale strategia, seguito successivamente da altri. Per queste ragioni ci auguriamo quanto prima che Parma applichi principio di legalità, principio di imparzialità, chi inquina paga cancellando l’incenerimento e le discariche dei rifiuti pratiche obsolete e dannose alla salute umana.