Esplosioni di G.A.S.

Giugno 3, 2009

ARTICOLO APPARSO SU LA VOCE DEL 25 MARZO 2009

In alcuni locali cittadini si svolgono saltuariamente degli appuntamenti originali, degli aperitivi post-moderni. Sono momenti di socialità in cui la gente esprime le proprie opinioni liberamente davanti ad un microfono, gestite da un coordinatore. L’anno scorso, ad uno di questi aperitivi, un tale con voce baritonale, inizia la sua comunicazione: “Parafrasando un antico manifesto. Uno spettro si aggira per l’Europa e l’Occidente tutto. Tremano le banche , tremano le industrie, tremano i governi, è la recessione. Allora che fare? Consumatori, o meglio acquirenti di tutto il mondo unitevi!” Racconta poi della nascita di un G.A.S. (Gruppo di Acquisto Solidale). Di come con questa esperienza, abbia riscoperto i sapori dei cibi, ma soprattutto come abbia ritrovato beni sempre più rari: la relazione con gli altri e il rapporto col territorio.
I G.A.S. sono dei semi che iniziano a dare i loro frutti. “Quando un gruppo di persone decide di incontrarsi per riflettere sui propri consumi e per acquistare prodotti di uso comune, utilizzando come criterio guida il concetto di giustizia e solidarietà, da vita ad un GAS”. (Dal documento di base dei GAS -1999) Questo fenomeno è relativamente recente e trova la sua origine proprio nelle nostre terre. Il primo seme è stato piantato nel 1994, da alcuni cittadini del parmense, Mauro Serventi, Roberto Maghenzani, Iavana Mondelli, Giancarlo Cavazzini, Giordano Marzaroli e altri ancora, i quali si ritrovano a Fidenza e decidono organizzarsi per fare acquisti collettivi di prodotti prevalentemente biologici. Nasce così il “GAS Fidenza”, il primo Gruppo d’Acquisto Solidale in Italia. Alcuni anni dopo, per “mitosi”, cioè un gruppo di partecipanti si separa dal gruppo originario e forma Salsomaggiore il “GAS Salsomaggiore” e a Parma “La Spiga”, il primo GAS cittadino.
Nell’ultimo anno a Parma e in molte altre parti d’Italia, è avvenuta un’autentica esplosione di G.A.S. Nel territorio parmense all’inizio dell’anno passato, erano sei, al momento attuale, sono diventati sedici, oltre a quei piccoli gruppi non recensiti. Sul territorio nazionale i G.A.S. collegati in rete, hanno superato all’inizio del 2009 in numero di 500. Ma soprattutto è forte la pressione delle persone che vogliono entrare a far parte di questi gruppi, i quali per loro vocazione e organizzazione non possono o non vogliono, diventare troppo grandi. Questa pressione sui GAS, spinta in parte dalla recessione e in parte dall’immagine proposta dai media, i quali recentemente si sono occupati di questo fenomeno, travisando spesso la realtà di questa esperienza, dipingendola come un gruppo di cittadini che si organizzano con lo scopo quasi esclusivo di risparmiare facendo la spesa. Sicuramente alla fine dell’anno un partecipante ad un GAS ha speso qualche centinaio di euro in meno, pur acquistando prodotti di migliore qualità, ma il risparmio, in questa azione collettiva, rimane un componente marginale. Il G.AS. è un modo di cambiare il mondo facendo la spesa, passando dalla funzione di consumatore passivo, vittima più o meno consapevole dei potenti mezzi di persuasione che le tecniche pubblicitarie mettono in campo, ad acquirente consapevole e organizzato che sceglie i beni ed i servizi di cui necessita, con criteri etici e solidali, rispettosi dell’ambiente e del territorio in cui vive. I riferimenti operativi di un GAS sono: piccolo, locale e solidale. Piccolo perché predilige come fornitore, il piccolo produttore, radicato nel territorio, con il quale poter instaurare un rapporto fiduciario, difficilmente realizzabile con i produttori di grandi dimensioni. Locale perché attua davvero il kilometro zero, la filiera corta, privilegiando i produttori locali, i quali probabilmente, senza la collaborazione con i GAS, avrebbero difficoltà a continuare la loro attività. Solidale poiché i criteri di scelta vanno oltre il mero profitto, ma privilegiano, la giustizia sociale, le relazioni umane, l’armonia con gli altri esserei viventi e la natura. Nella scelta dei prodotti si basano su tre P. Il Prodotto: il quale non dev’essere nocivo per le persone e l’ambiente, ma di qualità, sano e necessario. Il Processo: non solo il GAS compra un prodotto, ma anche il processo con cui viene realizzato, il quale dev’essere rispettoso dei diritti delle persone, degli esseri viventi e della natura. Il Progetto: il GAS valuta quale progetto si cela dietro alla produzione del prodotto, se questo può entrare in sintonia con lo spirito di questi gruppi. Se all’inizio un gruppo si preoccupa principalmente dell’acquisto dei prodotti alimentari, col passare del tempo allarga il campo d’azione passando ai detergenti, ai prodotti per la cura della persona, al tessile, alle calzature, e ultimamente stanno aprendo nuovi fronti sull’informatica, sull’energia e sulla cultura.
Applicando l’intelligenza nel gesto quotidiano di fare la spesa, si può scoprire il potere del consumatore, cioè essere protagonisti nell’acquisto di beni e servizi che necessitano nella nostra vita. Ecco che questo nuovo modo di fare la spesa diventa un gesto, un’azione critica del consumismo, rappresenta un cuneo che s’insinua in questo mercato come una domanda autorganizzata, la quale sta costruendo un’altra economia: un’economia solidale per il benessere di tutti. L’esperienza dei GAS suggerisce un nuovo stile di vita, un modello di futuro che si orienta verso una decrescita serena, consapevole che la crescita del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) non corrisponde al benessere dei cittadini, ci fa riflettere sul modello di sviluppo imposto. L’esperienza dei GAS ci conferma che un’altra economia, più giusta, più rispettosa dell’ambiente, più equa è possibile.


I RAGAZZI HANNO BISOGNO DEL NOSTRO ENTUSIASMO

Giugno 3, 2009

Articolo pubblicato su LA VOCE del 16 marzo 2009

Nella mia famiglia siamo riusciti a istituire e mantenere la sana consuetudine di mangiare quasi sempre tutti insieme e senza la distrazione della televisione.
Consiglio a tutti quest’ abitudine, poiché permette di creare almeno un’occasione al giorno per parlare, discutere, a volte anche litigare con i propri figli; con i ritmi ed i molteplici impegni di tutti noi non è facile avere altri momenti nei quali potersi confrontare e poter essere partecipi di cosa pensano, sentono, fanno i nostri ragazzi.
L’idea che mi sono fatto nel corso di tali conversazioni è che, nei confronti di ciò che accade nel mondo intorno a loro, i giovani di questa generazione mostrano un coinvolgimento diverso e molto meno vivo di quello che avevamo io e i miei coetanei quando frequentavamo le scuole superiori (erano gli anni ’70).
Eventi traumatici internazionali quali la recente guerra in Palestina, problematiche politiche nazionali quali l’introduzione del federalismo, temi morali d’attualità come l’accanimento terapeutico, all’epoca avrebbero dato origine a discussioni e dibattiti nelle scuole superiori sia nelle singole classi che nelle assemblee di istituto, con il coinvolgimento di una parte significativa sia degli studenti che dei professori.
Oggi l’impressione è che questi avvenimenti passino tra i nostri ragazzi più o meno inosservati, senza comunque stimolare più particolari emozioni né tantomeno quelle reazioni di ribellione e di volontà, forse un po’ utopiche, di cambiare le cose, di costruire un mondo migliore.
Nelle scuole superiori le assemblee di Istituto ormai non esistono quasi più, sono surrogate da proiezione di film più o meno commerciali o da giornate bianche sui campi di sci, organizzate ad arte quale comoda alternativa.
Da cosa è dipeso questo cambiamento?
Una prima considerazione è che molti di noi genitori (e probabilmente buona parte dei professori) sono contenti di questa situazione e cercano di favorirla. Perché? Credo in base alla convinzione che a scuola si va esclusivamente per studiare; assemblee, dibattiti, discussioni su temi politici o sociali rappresentano solo perdite di tempo prezioso, rischiano anzi di innescare pericolose e faticose discussioni con i propri figli.
Un altro fattore a mio avviso determinante nel produrre questo cambiamento è stata l’evoluzione dei mezzi di informazione.
Quanti tra i nostri ragazzi guardano un telegiornale o leggono un quotidiano diverso dalla Gazzetta dello Sport?
I pochi che lo fanno che tipo di notizie ed informazioni ricevono dai notiziari delle nostre TV, tutte di stampo puramente commerciale, che si chiamino Sky, Mediaset o RAI?
E’ vero che l’avvento di Internet ha dato ai nostri ragazzi uno strumento formidabile per acquisire informazioni, ma l’impressione è che più che per conoscere la realtà intorno a loro, i nostri ragazzi utilizzino la rete per mantenersi in costante contatto on line con il proprio gruppo di amici coetanei, attraverso Chat, Social networks, Blogs e così via; il risultato sembra essere più un ulteriore isolamento rispetto alla realtà che vive intorno a loro, una barriera alla comunicazione verso chi non fa parte della comunità virtuale, anche se magari abita nell’appartamento di fronte.
Un’ultima ragione, forse la più drammatica, è che stiamo consegnando ai nostri ragazzi un mondo con poche prospettive di sviluppo, evoluzione, miglioramento; nonostante i progressi scientifici e tecnici la povertà sul pianeta continua a crescere, l’inquinamento aumenta, le guerre più o meno nascoste non accennano a calare. Anche abbassando lo sguardo su ciò che è più vicino a noi, i nostri ragazzi vedono una classe politica che pensa solo a proteggere i propri interessi, un mondo del lavoro nel quale è sempre più difficile entrare, un ambiente sempre più devastato dagli interessi dei costruttori e speculatori, ….

Purtroppo la responsabilità maggiore di tutto ciò è proprio nostra, di noi genitori che, anche se alla loro età eravamo molto spesso pieni di entusiasmo, con una gran voglia di capire e migliorare il mondo, ci siamo poi a poco a poco distratti, assopiti facendoci risucchiare lentamente dalle sabbie mobili della quotidianità, dell’abitudine, del quieto vivere, del “tanto io che ci posso fare?”.
Sono convinto che possiamo e dobbiamo reagire a questa situazione ed aiutare i nostri ragazzi ad uscire da questa spirale ritrovando l’entusiasmo, l’interesse, la voglia di cambiare le cose senza le quali difficilmente ci potrà essere progresso, felicità, benessere.
Cosa possiamo fare? Innanzitutto cerchiamo di dare loro l’esempio, rimettiamoci in gioco uscendo dalla logica della rassegnazione e ritrovando la voglia di provare almeno a fare qualcosa di attivo per cambiare le cose. Poi cerchiamo di stimolare le occasioni di dibattito con loro e tra loro sui temi sociali, politi, morali, religiosi, senza preoccuparsi se ciò ruberà a loro qualche ora allo studio della matematica o dell’Ariosto o a noi qualche serata di fronte alla TV o allo schermo del PC.
Non sono sicuro che funzionerà, ma sono convinto che lo dobbiamo ai nostri ragazzi per aiutarli a costruire un futuro diverso e migliore.


CLASS ACTION

Giugno 3, 2009

Articolo per la VOCE di Parma dell’ 11 marzo

A chi non è mai capito di subire un abuso, un inganno, piccoli soprusi di natura economica e non, da parte di un gestore di servizi. Credo a tutti quelli che vivono in Italia e sentano la necessità di soddisfare un loro bisogno. Bollette gonfiate con voci mai richieste al gestore, cambio del piano tariffario, balzello dei costi di ricarica, pagare un servizio inesistente o parziale (ad esempio il caso Enia riguardante l’impianto di depurazione delle acque reflue), truffe di crack finanziari (Parmalat , Cirio), ma la lista sarebbe lunghissima e variegata.
Allora il “cittadino” cosa fa?
Come spesso capita decide di non avere grane giudiziarie e si accorge di aver subito l’ennesima fregatura del sistema. Incassa il colpo da Golia, paga e sta zitto. E sì, perché proprio su questo nostro comportamento di lassismo e di impotenza ci guadagnano.
L’ulteriore beffa arriva quando uno degli istituti nazionali di Authority riesce ad ottenere una sentenza definitiva e punitiva con ammenda verso i colpevoli; quest’ultima risulta essere sempre di una cifra ridicola rispetto a quanto hanno già abbondantemente incassato.
Capite che il “cittadino” è solo ed indifeso. Ma in realtà non dobbiamo inventarci nulla di nuovo affinché le cose cambino anche in Italia, dato che esistono strumenti di difesa perfettamente attuabili da subito, qualora i nostri “cari” politici decidano una buona volta di stare dalla parte del cittadino.
Lo strumento nel particolare prende il nome di Class Action. Dall’inglese “azione collettiva”, perché introdotta per la prima volta negli Stati Uniti, è un’azione legale condotta da uno o più soggetti che, membri della classe, chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti ultra partes per tutti i componenti presenti e futuri della classe. Con l’azione rappresentativa (class actions) si possono anche esercitare pretese risarcitorie per esempio nei casi di illecito plurioffensivo, ma lo strumento oltre alle ben note funzioni di deterrenza realizza anche indubbi vantaggi di economia processuale e di riduzione della spesa pubblica. L’azione rappresentativa è il modo migliore con cui i semplici cittadini possano essere tutelati e risarciti dai torti delle grandi aziende e delle multinazionali, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell’identica situazione dell’attore. Inoltre, il meccanismo competitivo e meritocratico della Class Action consente agli avvocati più bravi di guadagnare di più. Essi investono i propri capitali di rischio col fine persino di non far partire nessun processo, senza aver nessun giudizio dal Tribunale grazie agli accordi extragiudiziari. Cioè gli avvocati studiato il caso del danno biologico e morale, fanno “un’offerta” alla corporation per non intentare causa, poiché la sentenza del giudice potrebbe essere più dispendiosa ed aprirebbe una catena di ricorsi infiniti nei confronti della corporation stessa.
Nel nostro Paese l’unico diritto garantito è quello delle persone giuridiche, le corporation, che puntualmente con l’unico fine del profitto, aggirano, corrompono, inquinano, dirigono, e comandano persino i dipendenti politici per fare leggi a loro gradite.
Torniamo allo status attuale in Italia. Nella finanziaria del 2008 è stato introdotto un provvedimento dal titolo “azione collettiva”.
Nonostante il titolo, la lettura di tale provvedimento ci consente di comprende che non ha nulla a che fare con l’azione collettiva (class action) sorta negli USA, anzi è una vera trappola e perdita di tempo, in definitiva è inefficace poiché non raggiunge alcun obiettivo.
Il film “Erin Brockovich” tratto da una vera storia di class action mostra cosa sia una vera azione collettiva. Uno studio di avvocati segue i casi di truffa e danni biologici e propone a sue spese di affrontare la corporation (società SpA o srl, o Ente pubblico) che ha causato il danno collettivo. Negli States la legge scoraggia pesantemente le corporations che non intendono pagare la richiesta del danno facendola rischiare di pagare anche il doppio se la vicenda entra nei Tribunali invece di usare la strada stragiudiziale. Quindi tendenzialmente negli USA non si fanno processi, meno carico di lavoro e meno spese per lo Stato, ma accordi fra la classe e la corporation, il giudice si limita a verificare la veridicità e la fondatezza della richiesta degli avvocati della classe. La corporation ha la possibilità di verificare la richiesta della classe e decide se pagare o meno, se rifiuta di pagare rischia di fare un battaglia legale in Tribunale ed il giudice accertato il danno può sentenziare di far pagare anche il doppio.
Il provvedimento introdotto in Italia, non somiglia minimamente a quanto raccontato. Anzi consente alla corporation di non rispondere alla richiesta del danno ed il giudice si limita a rinviare le parti – classe e società SpA – ad una camera conciliatoria fra gli avvocati con la probabile conseguenza dello scioglimento della classe, accordi ’sotto banco’ e col ritorno al sistema tradizionale.
Allora direte voi anche se non è perfetta, comunque avranno avuto il coraggio i nostri politici di farla entrare in vigore in Italia. Ebbene no signori:

* “La legge sulla class action entrerà in vigore a partire dal primo gennaio dopo un “percorso di revisione con le parti interessate”. Lo ha confermato il ministro per le Attività Produttive Claudio Scajola” (Repubblica 17 giu. 2008).
* “Il Consiglio dei ministri ha fatto slittare di altri sei mesi l’entrata in vigore della class action. La class action all’italiana, introdotta nella Finanziaria 2008 dal governo Prodi sarebbe dovuta partire inizialmente a giugno di quest’anno ma il governo Berlusconi ha predisposto prima uno slittamento al 1° gennaio 2009 per avere il tempo di modificarne l’impianto normativo, fortemente contestato da Confindustria, poi questa nuova dilazione” (Corriere della Sera 18 dic. 2008).

Pertanto aspetteremo ansiosi il 1 luglio 2009 affinché una ridicola class action entri in vigore, sempre che non subisca un ulteriore slittamento forzato da chi probabilmente governa l’Italia, Confindustria.
Letto tutto ciò dobbiamo intuire che la “vera class action” (modello statunitense) è il più potente strumento giuridico che il popolo italiano può avere in mano per prevenire omicidi colposi, truffe e danni di ogni genere. Immaginate i casi di crack finanziari e di danni biologici ed ambientali causati dalle numerose corporations presenti in Italia. In assenza di tale provvedimento efficace il nostro Paese è territorio di conquista e di usurpazioni continue. Siamo sprovvisti di uno strumento di difesa indispensabile per tutelare la nostra vita. In un sistema economico-finanziario dove la ricchezza è misurata con la moneta quale strumento migliore se non quello che toglie ingenti somme a chi uccide e truffa?


DEMOCRAZIA NEI COMUNI

Giugno 3, 2009

Articolo_18_febbraio pubblicato in La Voce di Parma

I politici, gestiscono AFFARI NOSTRI (di TUTTI noi cittadini), per questo noi riteniamo sia corretto esigere che ai cittadini siano istituzionalmente riconosciuti i diritti di interloquire con loro in qualunque momento o fase della vita politica, di controllarne l’operato e di avere, alla fine, la possibilità di dire sempre l’ultima parola.
Noi riteniamo che non sia dignitoso continuare ad accettare che i politici si permettano di escludere totalmente e sistematicamente i cittadini dalla fase decisionale della vita politica fin dal giorno successivo alle elezioni. Non lo possiamo accettare perché è impossibile che durante una campagna elettorale si possano trattare tutti gli argomenti che potrebbero entrare nell’ordine del giorno nel corso del successivo quinquennio, ed è anche impossibile che anche chi voti per una determinata lista ne condivida al cento per cento impostazioni e programmi.
Per questo, riteniamo che la delega elettorale debba sempre essere gestita in regime di ‘silenzio-assenso’, e debba restare sempre soggetta al controllo di chi è titolare della sovranità, cioè dei cittadini.
In questa ottica, noi proponiamo con forza che anche a livello comunale (oltre che a livelli superiori) si proceda nel senso della vera democratizzazione delle istituzioni: democratizzazione che DEVE contemplare i seguenti elementi, da inserire dello Statuto di ogni singolo Comune:
Nel campo dell’informazione generale:
1.le riunioni della Giunta, oltre che quelle del Consiglio Comunale, devono essere pubbliche (con la sola doverosa eccezione delle discussioni di punti all’ordine del giorno che contemplino l’espressione di giudizi su singole persone);
2.superando quanto già timidamente indicato dalla legge 241,
copie cartacee delle delibere adottate, delle documentazioni allegate e dei verbali delle riunioni di Giunta e di Consiglio devono essere messe a disposizione del pubblico, nella loro stesura integrale, senza alcuna necessità di esporre motivazioni o giustificazione e copia delle stesse documentazioni dovranno essere consegnate a qualunque cittadino, a fronte del solo pagamento delle relative fotocopie o stampe;
le stesse copie di cui sopra debbono essere rese immediatamente disponibili sul sito del Comune, in formato digitale;
3.mensilmente, tutti i componenti delle Giunte dovranno indire almeno un pubblico incontro nel corso del quale relazionino sull’attività dell’Amministrazione nel settore di loro competenza;
4.mensilmente, le Amministrazioni Comunali debbono pubblicare sul loro sito il rendiconto dettagliato e completo delle entrate e delle uscite dalle casse comunali e delle variazioni alla consistenza ed alla composizione del patrimonio del Comune;
Per quanto riguarda l’ascolto dei cittadini e la loro informazione specifica, deve essere previsto che con modalità diverse (che funzionino da ‘filtro democratico’) ma in tempi rigorosamente definiti, i Consiglieri di Circoscrizione o di frazione (dove siano previsti), i Consiglieri Comunali, i Membri della Giunta e il Sindaco siano obbligati a rispondere ai cittadini che chiedano informazioni o avanzino proposte.
Per quanto riguarda l’esercizio diretto della sovranità popolare, debbono essere definite procedure di ‘Referendum’ sia di rettifica –di delibere già approvate- sia di iniziativa –su proposte dei cittadini-, Referendum il cui risultato sia comunque vincolante per l’Amministrazione, come ammesso dall’art. 3, comma 3, della legge 06/08/1999 e dal DECRETO LEGISLATIVO 18/08/2000, n. 267. Tutto questo al fine di evitare che, come nel caso della Metropolitana di Parma, i cittadini si vedano accollati oneri difficilmente sostenibili senza poter esercitare liberamente e coscienziosamente la loro sovranità.
Per quanto riguarda la gestione delle controversie anche minute che possono contrapporre all’Amministrazione il singolo cittadino o le singole associazioni agenti sul territorio, deve essere prevista l’elezione diretta del Difensore Civico da parte dei cittadini, perché è inaccettabile che chi sia chiamato a controllare la correttezza dell’attività dell’Amministrazione per conto dei cittadini stessi sia nominato da quegli amministratori che deve controllare.
In linea col dichiarato obiettivo di conseguire la massima trasparenza in sostituzione della subdola pratica della costituzione di aziende controllate o partecipate dagli Enti Pubblici, noi suggeriamo l’opportunità della costituzione, da parte degli Enti locali, di società pubbliche (public company) con azionariato diffuso, società pubbliche che gestiscano tutti i servizi pubblici locali e che siano tenute a reinvestire gli utili per migliorare detti servizi o, comunque, sul territorio. Le quote di capitale di tali public company debbono essere distribuite prevalentemente tra i singoli cittadini (ma non più di una per cittadino) ed il resto ad Amministrazioni pubbliche.
Siamo consapevoli del fatto che quanto proponiamo si pone in evidente controtendenza rispetto agli attuali monopoli verticali delle imprese a cui si affidano gli Enti pubblici e alla attuale deriva autoritaria ed accentratrice di tutto il sistema politico italiano ed europeo. Pertanto, noi non molliamo e ci “batteremo” per una VERA DEMOCRAZIA (autentica, trasparente, responsabile, partecipata, efficiente).


Metropolitana

Giugno 3, 2009

Metropolitana
Articolo dell’11 Febbraio

Articolo 323 del Codice Penale (Abuso d’ufficio):
“Il pubblico ufficiale o o l’incaricato di un pubblico servizio che, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto, abusa del suo ufficio, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione fino a due anni.
Se il fatto è commesso per procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, la pena è della reclusione da due a cinque anni”
Articolo 357 del Codice Penale (Nozione di pubblico ufficiale)
“Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. … omissis …”
… ed evitiamo sia di citare l’articolo 640, comma 2°, del Codice penale, sia di ricordare articoli che riguardano reati associativi, quelli più duri a cadere in prescrizione …
Non si direbbe, ma stiamo parlando della metropolitana in progetto a Parma: un’opera inutile e costosa, quindi dannosa.
Senza entrare in polemica sulle procedure d’appalto (aggiudicato prima che divenisse definitivo il progetto), noi vogliamo ricordare pochi semplicissimi fatti e ragionare su alcune delle previsioni che sono state assunte come riferimento a sostegno della utilità/necessità di questa opera:
1.la nostra città (il cui nucleo urbano è abitato da non più di 150.000 abitanti) è una città a macchia d’olio, cioè di forma tendenzialmente tondeggiante: l’asse Nord-Sud e l’asse Est-Ovest sono di lunghezza abbastanza simile l’uno all’altro (e l’asse Est-Ovest è addirittura più lungo dell’asse Nord-Sud!);
2. la prevista metropolitana, servirà SOLO UNA FETTA LIMITATISSIMA della nostra già piccola città (asse Nord-Sud), lasciando necessariamente FUORI sia le zone semicentrali che quelle periferiche ad Est, ad Ovest, a Sud-Est, a Nord-Est e a Sud-Ovest: per questo, i problemi del trasporto pubblico non saranno risolti né sensibilmente alleggeriti dalla ‘nostra’ cattedrale nel deserto’;
3. tutto questo è dato per assodato e anche lo studio di fattibilità indica un potenziale “bacino di attrazione” di 35.000 abitanti i quali, essendo stata prevista una utenza di 16.800.000 passeggeri all’anno, dovrebbero salire sulla metropolitana circa 500 volte ogni anno, magari ostinandosi a salire sulla metropolitana Nord-Sud anche quando debbano recarsi a San Lazzaro o a San Pancrazio, al solo scopo di coprire i costi di gestione della nostra Metro, previsti in 15 Milioni di Euro all’anno;
4. anche gli estremi dell’asse Nord-Sud sono poco idonei ad attrarre traffico locale: chi debba viaggiare da un estremo all’altro (mi riferisco al traffico da e per il Campus), arrivando dall’autostrada troverà certamente più attrattiva la possibilità di utilizzare il sistema delle tangenziali (rimanendo fuori dal centro urbano), portando con sé il proprio mezzo, piuttosto che lasciarlo all’altro capo della città;
5. anche gli studi effettuati sulle prospettive dell’impatto della metropolitana sul traffico di Parma hanno portato gli studiosi a prevedere un riduzione dello stesso solo del 2,7%, ed una riduzione delle emissioni inquinanti del 2,5%;
6. il costo stimato per la realizzazione della metropolitana di Parma è di 29 Milioni di Euro/km, mentre quello della Metro di Brescia è di 57, quello di Bologna è di 50.
Noi riteniamo che non ci vorranno molti decenni per stabilire l’insostenibilità della gestione della Metro e per constatare come, nello strenuo tentativo di mantenere in vita questo presunto gioiello, i cittadini subiscano riduzioni di molti altri servizi sia di trasporto, sia di altra natura, oppure i costi dei servizi stessi vengano scaricati sugli utenti in proporzione maggiore e difficilmente sostenibili.
Ciò succederà già mentre saremo ancora sommersi dai debiti contratti per pagarne la realizzazione; allora si porranno dei quesiti: chi ci ha condotto a questo? Lo hanno fatto inconsapevolmente o a seguito di un premeditato disegno?
Si cercheranno le risposte a queste domande e si ricorderà che, statisticamente, le Metropolitane anche leggere sono considerate sostenibili, in Europa, allorché si abbia un bacino di utenza dell’ordine del milione di persone, si ricorderà la smaccata sopravvalutazione dell’utenza prevista, si potrà, a consuntivo, verificare la sottovalutazione in sede previsionale del costo complessivo dell’opera … ed ecco spiegato l’inizio di questo articolo.
Se, come riteniamo molto probabile, succederà quanto appena paventato,
- potranno giustificarsi coloro che hanno accettato come attendibili i dati previsionali sulla sostenibilità dell’opera e che hanno usato il potere che deriva dall’ufficio ricoperto per imporre al Comune quel dispendio di risorse che, assieme ad una crisi finanziaria del Comune, porterà ad un “vantaggio patrimoniale” dei soggetti attuatori?
- potranno giustificare di aver imposto al Comune di ‘comprare’ una clamorosa patacca, contrabbandandola come prestigioso gioiello di famiglia?
- potranno evitare di far considerare la scelta imposta al Comune come scelta imposta da una ‘associazione’ di persone direttamente interessate ad attingere nei fondi (malamente) investiti?
Toccherà alla Magistratura valutare tutto questo.


Dis(informazione)in Italia e a Parma. La soluzione? L’Editore Puro

Giugno 3, 2009

Articolo per la Voce del 4 Febbraio

Giorgio Bocca ha recentemente pubblicato un libro “E’ la Stampa, Bellezza!”, sulla sua avventura da giornalista.
Leggendolo viene spontanea la domanda, esiste ancora il giornalismo vero in Italia, esiste il giornalismo vero a Parma ?
Con il v2day abbiamo cercato, in attesa di una prossima Giornalopoli che scoppierà se mai qualche magistrato, che ancora crede nella giustizia, deciderà di scoperchiare anche questa pentola, sostanzialmente di fare vera informazione.
E la vera informazione parte da una sola e unica domanda: chi sono i padroni ?
Imprenditori, banche, sponsor, pubblicità.
A Parma il 25 aprile al v2day abbiamo pubblicizzato una mappa del potere dell’informazione della nostra città che ha aperto gli occhi a tanti cittadini.
Un conto è dire che l’Unione Industriali controlla i principali mezzi di informazione della Città, un conto è far capire come lo stesso industriale possa ‘controllare’ le due principali emittenti televisive cittadine.
Per fare ciò abbiamo semplicemente pubblicizzato l’ottimo lavoro svolto da Filippo Cattabiani del Circolo Il Borgo sul sistema dell’Informazione e della raccolta pubblicitaria, che ovviamente nessun mass-media di Parma ha mai pubblicato.
Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza.
Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata.
Ma come è gestita la BBC e da chi?
Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board.
Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo.
La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust.
Quindi la BBC è gestita, a cascata, da un monarca e dai suoi ministri, attraverso lo strumento del BBC Trust che, di fatto, controlla tutto quanto è sotto di lui. Un monarca, e dei politici oltre tutto neppure di maggioranza e opposizione, ma solo di maggioranza.
Il tanto celebrato sbarramento alla manipolazione non c’è, perchè non ce n’è bisogno, gli inglesi rispettano le normali regole della democrazia
Cosa impensabile in Italia e tantomeno a Parma.
Nella nostra città può succedere, senza che nessuno sposti nemmeno un sopracciglio, che l’Ente Provincia, con i nostri soldi, ti invii a casa una bella rivista patinata, “La Nuova Provincia” dove abbiamo letto frasi come queste (tratto dal n.7 Luglio 2008) “L’opzione zero non esiste. Nessun Paese al mondo si è posto l’obiettivo di portare a zero la percentuale di rifiuti da smaltire…La Soluzione ? Il termovalorizzatore… I rischi per la salute ? Uno studio dell’Università di Milano in collaborazione con l’Istituto Mario Negri afferma che il rischio derivante dalle emissioni di un impianto come quello che sarà costruito a Parma corrisponde al pericolo per l’esposizione per 8,6 minuti all’anno al fumo di sigaretta!!!”
Anche qui la domanda è la stessa: chi sono i padroni del giornale ?
Uno degli Enti che ha autorizzato l’impianto.
Quante persone sanno che esistono realtà che applicano già l’opzione rifiuti zero, quante persone avranno letto il microscopico trafiletto pubblicato dal Venerdi di Repubblica, forse sfuggito a qualche caporedattore, un paio di mesi prima, n. 1052 del 16 maggio 2008 a pag.90 ?
Titolo “Quando la salute se ne va in fumo (tossico)”.
Contenuto. Una ricerca francese ha dimostrato che l’aumento di cancro nelle popolazioni in
prossimità degli inceneritori può arrivare al 23% e che esistono 435 ricerche scientifiche consultabili su http://www.ncbi.nlm.n….
E’ vero che a Parma esistono anche giornali liberi come la Voce, “meno di regime” come Polis o che grazie al web riescono a veicolare informazioni che comunque tutelano anche altri interessi, come Alicenonlosa o Parma.Repubblica.
Ma l’unica alternativa vera siamo noi, l’alternativa nata a fine 2007 si chiama Editore Puro.
http://editorepuro.wo….
Un prodotto editoriale senza pubblicità, figlio di una società cooperativa editoriale di liberi cittadini anche per dare lavoro a nuovi giornalisti guidati da “vecchi maestri”, quelli veri, ed usare ogni mezzo di comunicazione per tentare di informare la maggioranza degli italiani sui temi più celati dal potere.
Stiamo facendo una consultazione nei meetup “amici di Beppe Grillo” per far veicolare l’idea e capire se riusciamo a raggiungere un capitale sociale che ci consenta di avviare l’attività.
L’impostazione iniziale è 1 socio = 1 quota = 1 voto. Non si accettano soci iscritti ad un partito politico. Il socio si impegna a versare la somma di 150 euro in tre anni, 50 all’anno. Si pensa di eleggere un cda ristretto per economia. Il cda esegue il mandato dell’assemblea e crea lo staff del direttore responsabile, contatta i giornalisti, crea lo staff della Web TV e contatta lo staff legale.
L’alternativa è possibile, è possibile arrivare alla giusta risposta alla stessa domanda: chi sono i padroni?
Siamo noi i padroni, basta crederci, non va cambiata l’informazione, vanno cambiati gli italiani.


Federalismo, II parte

Giugno 3, 2009

continua qui l’articolo pubblicato il 21 gennaio 2008

Tasse di scopo e tributi locali (articoli 10 e 12). I Comuni potranno introdurre una tassa di scopo per finanziare la realizzazione di opere pubbliche o oneri derivanti dalla mobilità urbana o da particolari eventi turistici. Lo stesso potranno fare Province e Città metropolitane per provvedere a specifiche finalità istituzionali. Prevista, poi, l’attribuzione di compartecipazioni e addizionali di tributi erariali e regionali, oltre alla generica possibilità, per Comune e Province, di individuare un paniere di tributi propri da gestire con adeguata flessibilità. Sparisce, quindi, ogni riferimento alla cosiddetta service tax, cioè all’imposizione sui servizi immobiliari.(È una impostazione molto incasinata, aperta a qualsiasi arbitrio da parte delle Amministrazioni. In ambito veramente federalista, le tasse extra dovrebbero essere accettate dai cittadini!)
Fondi perequativi locali (articolo 11). Saranno due, uno a favore dei Comuni, e l’altro delle Province, e verranno inseriti nel bilancio regionale, sebbene finanziati dallo Stato. Andranno a tamponare le esigenze degli enti locali già svolte alla data di entrata in vigore della presente legge. Da stabilire, poi, le modalità per la ripartizione delle somme. Alla Regione, comunque, il compito di trasferire agli enti locali, entro 20 giorni dall’accredito, i fondi stanziati in bilancio. Nel caso di inerzia, provvederà direttamente lo Stato (che non è obbligato a rispettare tempi definiti per l’accredito di cui sopra).
Roma capitale (articolo 13). Avrà quote aggiuntive di tributi e, nelle more di circoscriverne compiti e fabbisogni, riceverà, anche, in via transitoria, un contributo ad hoc, previo assenso del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica -Cipe-. Previsto, poi, un trasferimento, gratuito, al comune di Roma di beni appartenenti al patrimonio dello Stato e non più funzionali alle esigenze dell’amministrazione centrale. (Roma avrà quote aggiuntive di tributi, e sarà esonerata dal patto di stabilità , … e attingerà ai fondi perequativi!)
Fisco di vantaggio (articolo 14). Previsti, in armonia con le norme comunitarie, interventi speciali a favore degli enti locali per il loro sviluppo economico e sociale e per sopperire al deficit infrastrutturale o di una loro non ottimale collocazione geografica per, così, colmare il gap ancora esistente tra Nord e Sud del Paese. Verranno finanziati da contributi statali speciali, dai fondi europei o da forme di co-finanziamento nazionale. (… non è previsto alcun controllo sul fatto che i soldi dati non siano gestiti da Bassolino, Iervolino, Cristiano Di Pietro, Romeo o Saladino).
Premi agli enti virtuosi (articolo 15). Sarà introdotto un sistema che premia le amministrazioni più virtuose, con eventuali modifiche dell’aliquota di un tributo erariale. Per i cattivi amministratori, invece, strette di cinghia sui trasferimenti, divieto di assunzione di nuovo personale, fino ad arrivare alla più grave sanzione “politica” dell’ineleggibilità automatica per quei responsabili che avranno condotto l’ente amministrato in stato di dissesto finanziario (“ineleggibilità …”: e la galera, unita al sequestro dei beni loro e dei loro ‘capi-bastone’ di partito, niente?)
Patrimonio degli enti locali (articolo 16). A tutte le amministrazioni locali sarà garantito un proprio patrimonio, commisurato alle dimensioni territoriali, capacità finanziarie e alle singole competenze svolte. I beni immobili saranno assegnati secondo il criterio della territorialità. (articolo insignificante)
Regime transitorio (articoli 17 e 18). Per assistenza, istruzione e sanità, andrà individuato strada facendo, mentre per le funzioni non essenziali di competenza regionale, sarà di 5 anni. Saranno, inoltre, definite regole e modalità per garantire il graduale superamento del criterio della spesa storica in un periodo di tempo sostenibile.
Gestione tributi e lotta all’evasione (articolo 19). Formeranno oggetto di appositi accordi di collaborazione (e di una convenzione) tra enti locali e agenzia delle Entrate. (articolo inutile: ognuno compia il suo dovere e non c’è bisogno di ‘convenzione’ tra chicchesia)
Regioni a statuto speciale (articolo 20). Concorreranno, assieme alle Province autonome di Trento e Bolzano, al conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarietà secondo criteri e modalità da definire secondo le norme di attuazione dei rispettivi statuti. Prevista, poi, la possibilità di trattenere anche parte delle accise sugli oli minerali in proporzione ai volumi raffinati sul loro territorio, contestualmente al trasferimento e all’attribuzione delle competenze amministrative non ancora esercitate.(Articolo insignificante)
Copertura finanziaria (articolo 21). La riforma federalista non dovrà comportare oneri aggiuntivi per lo Stato e, inoltre, dovrà essere compatibile con il patto europeo di stabilità e crescita. Stabilito, poi, che al trasferimento di funzioni corrisponda anche un trasferimento di personale e che le maggiori risorse finanziarie rese disponibili dalla riduzione delle spese, conducano a una generalizzata riduzione della pressione fiscale (… e tutti vissero felici e contenti. FINE DELLA FAVOLA) .


Federalismo fiscale

Febbraio 3, 2009

pubblicato in La Voce di Parma il 21 gennaio 2009

La nostra convinzione e’ che nessun “federalismo fiscale” sarà possibile in Italia fino al momento in cui l’ordinamento dello Stato non sarà “federale”, ovvero fondato sulla legittimazione diretta delle leggi da parte degli aventi diritto al voto. Conseguentemente, a nostro avviso, il Federalismo fiscale dovrebbe essere realizzato seguendo questo schema:
1. definizione di quali siano i servizi che l”Ente Pubblico’ è tenuto a fornire ai cittadini di uno Stato che voglia essere all’avanguardia nella gestione del suo servizio ai cittadini stessi; definizione dei costi dei servizi medesimi, desunto da stime e statistiche ricavati principalmente in altri Paesi di adeguato livello, rapportati puntigliosamente al locale reale costo della vita e conseguente definizione della fiscalità generale;
2. diritto concesso a tutti gli ‘enti locali’ di imposizione di “tasse di scopo”, i cui proventi debbano essere rigorosamente destinati a coprire i costi di servizi o opere che l”Ente locale’ si impegni a fornire in aggiunta di quelli di cui al punto precedente e che siano accettati per via referendaria dai cittadini residenti nel territorio di competenza dell”Ente locale’ che le propone.
Elenchiamo ora il contenuto dei 22 articoli che compongono il disegno di legge sul federalismo fiscale, così come approvato dal Consiglio dei Ministri (in corsivo e tra parentesi i nostri commenti ).
Oggetto e finalità (articoli 1, 2 e 22). Le nuove norme daranno attuazione al cosiddetto federalismo fiscale, previsto dall’articolo 119 della nostra Costituzione, assicurando a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni piena autonomia di spesa e di entrata (cioè saranno libere di tassare a gogò), nel rispetto dei principi di solidarietà e di coesione sociale. Dovrà essere esclusa ogni doppia imposizione sulla medesima base imponibile, salvo le addizionali eventualmente previste da leggi statali e si dovrà procedere verso un’estrema semplificazione del sistema tributario. Agli enti locali sarà, inoltre, richiesta una tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e autonomia di gestione delle proprie risorse umane e strumentali (manca, sottolineiamo, qualsiasi riferimento alla consultazione dei cittadini sulle imposte aggiuntive locali). Previste, infine, sanzioni per le amministrazioni “sprecone” o per quelle che non assicurano ai propri cittadini i livelli essenziali di prestazioni (sanità, istruzione, assistenza) (“Sanzioni” come i 140 milioni di Euro regalati al Comune di Catania o ai 500 milioni regalati al comune di Roma …).
Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (articolo 3). Istituita presso il ministero dell’Economia, con il compito di affiancare il Governo nella redazione dei decreti attuativi della riforma (un altro carrozzone da pagare).
Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica (articolo 4). Nascerà all’interno della Conferenza Unificata, con rappresentanti locali e statali, e avrà il compito di monitorare i flussi perequativi e di definire gli obiettivi di finanza pubblica per comparto, con un occhio attento al rispetto del patto di stabilità interno.
Spese Regioni (articoli 5 e 8). Le Regioni a statuto ordinario finanzieranno le proprie spese con tre tipi di tributi: quelli propri derivati, istituiti e regolati da legge statale, con le aliquote riservate a valere sulle basi imponibili dei tributi statali e con i tributi propri solo su basi imponibili che non sono già assoggettate a imposizione erariale (libertà di fantasia impositiva locale!). Al momento, resta in cantiere l’Irpef regionale. Per i primi due tipi di tributi, le Regioni potranno modificare sia le modalità di computo della base imponibile che le aliquote, ma entro i limiti massimi fissati dalla legge statale. L’attribuzione del gettito dei tributi regionali istituiti con legge statale e la compartecipazione ai tributi erariali avverrà secondo il principio di territorialità. Per le materie di competenza regionale esclusiva e concorrente, prevista, poi, una riduzione delle aliquote dei tributi erariali, con conseguente aumento dei tributi propri derivati e dell’aliquota della compartecipazione all’Iva, destinata ad alimentare il fondo perequativo (umiliante gioco delle tre carte).
Costi standard (articoli 6 e 9). Andranno a coprire le spese delle amministrazioni locali per sanità, assistenza e istruzione e saranno erogati in condizioni di efficienza e di appropriatezza su tutto il territorio nazionale. Saranno finanziati dalla compartecipazione a Irpef e Iva, oltre a quote del fondo perequativo e all’Irap, fino alla sua definitiva sostituzione con altri tributi. (Che si parli di costi ’standard’ è cosa buona: MA ‘STANDARD’ DOVE? È poi molto discutibile che si faccia distinzione sulla origine delle risorse impiegate: chi se ne impippa del fatto che vengano usati quattrini provenienti da Irpef, Iva o da altre imposte?)
Fondo perequativo statale (articolo 7). Servirà per sostenere le Regioni con minor capacità fiscale per abitanti, garantendo l’integrale copertura delle spese corrispondenti ai fabbisogni standard (’standard’ … DOVE?) per i livelli essenziali delle prestazioni. Le quote del fondo sono assegnate senza vincolo di destinazione (e di qui scappa il gatto dell’incontrollata spesa clientelare ..!.).


FEDERALISMO : IL SOLITO PASTICCIO ITALIANO?

Febbraio 3, 2009

Articolo de La Voce di Parma del 13/01/09

“In questi anni e specialmente negli ultimi giorni si e’ sentito parlare molto di federalismo, ma spesso la maggioranza delle persone non sa esattamente di cosa si tratti. Abbiamo perciò deciso di fare una panoramica su come il federalismo sia nato, a quali idee si ispira come viene applicato in altri Stati, quanto sia applicabile in Italia e a quali condizioni.”
Il federalismo (dal latino “foedus” ovvero ALLEANZA) e’ una tendenza politica volta ad organizzare lo Stato sulla base dei principi dell’Autogoverno.La concezione federalista si pone come obiettivo quello di un’acquisizione totale delle libertà individuali e dell’assunzione delle responsabilità da parte dei cittadini. Se consideriamo lo Stato come frutto di un “patto”, di un “contratto” fra cittadini, e fra cittadini ed eletti, ed in quanto tale, espressione della loro comune volontà, allora si realizzano le condizioni per una Democrazia possibile e non illusoria come quella prevista della nostra Costituzione.
Di Stati Federali ce ne sono di diversi tipi, ma in ogni caso lo Stato federale così composto e’ formato da una pluralità di ‘entità’, ognuna con ampia autonomia, fatta eccezione per quelle materie di rilevanza generale di esclusiva competenza dello Stato federale la cui legge, in caso di conflitto, prevale sulla legge dello Stato membro. Lo Stato federale si presenta dunque come un’entità unitaria e omogenea sia verso l’esterno, sia in settori di forte interesse generale, ed articolata verso l’interno. Generalmente in esso il potere legislativo federale viene esercitati da un parlamento bicamerale.
Ad esempio, in Svizzera il federalismo lascia autonomia ai Cantoni solo sulla fornitura e la regolamentazione locale dei servizi, riservando alle autorità centrali giurisdizione esclusiva sulla legge civile, commerciale e penale, sullo stato delle persone, sulla difesa, sui trasporti, sulle dogane, sull’assicurazione sociale e sui rapporti internazionali. L’attività legislativa ordinaria e’ fondata sul sistema bicamerale, costituito da un Consiglio degli Stati e da un consiglio nazionale. L’Assemblea federale, cioè i due consigli in sessione plenaria, nomina i sette membri del consiglio federale, supremo organo Esecutivo e Amministrativo che resta in carica 4 anni. Ciascun eletto e’ titolare di uno dei 7 ministeri o dipartimenti (Affari Esteri, Interni, Giustizia e Polizia, Difesa, Finanze e dogane, Economia pubblica, trasporti e Comunicazioni). Ogni anno sono nominati dall’Assemblea federale tra i 7 consiglieri, il Presidente e il Vice Presidente della Confederazione. Lo Stato federale svizzero si articola in 26 ’stati’ concentrati in 23 Cantoni. L’istituto del referendum, tipico del sistema costituzionale elvetico, e’ riconosciuto a tutti i livelli. .
Per contro, negli Stati Uniti, che sono una federazione di 50 stati, cui si aggiungono il Distretto di Columbia che rappresenta la giurisdizione territoriale della capitale federale, Washington, ed il territorio di Puerto Rico, ciascuno Stato ha una propria carta statutaria ispirata a quella federale e, ai termini del BILL OF RIGHTS, e’ sovrano nelle opere non riservate all’Unione della Costituzione federale, ne’ da queste interdette agli Stati, In pratica gli Stati sono competenti per l’amministrazione della giustizia (salvo le materie federali), la polizia (ciascuno Stato ne ha una, cui si aggiunge una milizia territoriale), l’istruzione, i lavori pubblici, il commercio, la legislazione su patrimonio, famiglia e successione, il culto e materie affini. In tutti gli stati il potere legislativo spetta a un organo bicamerale articolato in un Senato, eletto ogni 4 anni, e in un’Assemblea, eletta ogni 2 anni. Il potere esecutivo e’ accentrato nel governatore, come quello federale lo e’ nel Presidente. Gli stati sono a loro volta divisi in Contee e queste in Municipi (urbani e rurali). La contea e’ generalmente amministrata da un consiglio elettivo e da funzionari nominati dal Consiglio o dal popolo. La struttura delle Amministrazioni Municipali varia soprattutto secondo la dimensione delle Comunità. Anche negli Stati Uniti, il ricorso all’istituto del referendum è molto diffuso (in California, il 4 novembre scorso se ne sono celebrati 82, senza che nessuno si stupisse di tale estensione della consultazione popolare diretta).

La riforma costituzionale annunciata in Italia, per non lasciare le cose come stanno, si sarebbe dovuta basare su due punti: essere l’espressione del patto fra cittadini e fra cittadini ed eletti (patto federale), e prevedere il referendum come strumento di partecipazione e di accertamento della volontà popolare senza limitazioni di sorta. In sostanza la cosa più importante per una Democrazia possibile, è che il popolo possa delegare la sua volontà ai propri rappresentanti, ma deve essere sempre libero di modificare le regole della delega. Nello Stato federale, in cui il potere ceduto dai cittadini ai propri rappresentanti, è sempre inferiore a quello che si riservano per sé, gli eletti non hanno scampo: o realizzano le aspettative di giustizia, di libertà di uguaglianza, di corrette informazioni, o possono essere rapidamente smentiti dalla volontà popolare che si esprime attraverso i referendum. I cittadini saranno consapevoli di poter finalmente dire ai partiti ed agli eletti: o voi fate in coscienza e diligentemente il vostro dovere senza approfittare del potere che vi abbiamo conferito, oppure io, popolo, vi delegittimo e faccio da solo quello che voi non volete o non sapete fare. Questa è la sola via per riformare lo Stato in senso federale. Purtroppo essa, escludendo la demagogia ed il compromesso di cui sempre si nutrono con abbondanza i nostri politici, se non sorgerà una autentica forza politica federalista, sarà destinata all’insuccesso. Nella Costituzione, e negli Statuti delle Regioni, Province e Comuni…Debbono essere introdotti i referendum «d’iniziativa» e «di revisione». Per «iniziativa», si intendono azioni tese ad imporre alle istituzioni, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», si intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalle istituzioni, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme.

Nella vicina Svizzera, ciò avviene sin dal lontano 19° secolo. Cioè dal 1848. Negli Stati Uniti fin dalla nascita dell’Unione.

Nessun “federalismo fiscale” sarà possibile in Italia fino al momento in cui l’ordinamento dello Stato non sarà “federale”, ovvero fondato sulla legittimazione diretta delle leggi da parte degli aventi diritto al voto. Il maggior studioso del Federalismo del secolo Ventesimo ha scritto: “Nelle Repubbliche federali … Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede ma la sovranità rimane una sua proprietà inalienabile. (D. J. Elazar, Idee e forme del federalismo, Edizioni di Comunità, Milano, p. 90). Che cosa è la “sovranità” se non il potere di fare, modificare o legittimare le LEGGI che riguardano tutti? La vera riforma costituzionale di cui lo Stato italiano ha bisogno riguarda un unico concetto: la Sovranità popolare, che l’articolo 1° comma 2 della Costituzione ha limitato per salvaguardare l’interesse dei partiti. Non va’ dimenticato, inoltre, che in uno Stato come il nostro, che nel corso della storia e’ sempre stato lacerato territorialmente e/o politicamente al suo interno, o che tuttora presenta disparità sociali, finanziarie ecc. tra le stesse regioni, non può pensare di rendere completamente autonoma ed indipendente una situazione regionale del tutto diseguale, che presenta al suo interno un divario economico, sociale, politico risanabile solo attraverso seri provvedimenti ad hoc. Ma soprattutto per istituire una vera politica federalista (e, in realtà , per far funzionare uno Stato di qualsiasi regime politico esso sia…) il primo ed inderogabile impegno deve essere quello di una guerra senza frontiere ad ogni tipo di mafia, corruzione sociale o associazione a delinquere che, come sappiamo bene, nel nostro amato Belpaese proliferano senza soluzione di continuità, alimentati dalla stessa disonestà e venduta classe politica.

La settimana prossima vi presenteremo gli articoli che formano la proposta attualmente al vaglio del nostro Parlamento con i nostri commenti a riguardo.


La storia di Schonau L’elettricità nelle mani dei cittadini

Dicembre 3, 2008

pubblicato il 26 novembre 2008 in La Voce di Parma

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Schónau è un piccolo paese della Foresta Nera della Germania Ha circa 2500 abitanti e quando parliamo del progetto energetico di Schónau, ci sono tre cose che vale la pena sottolineare:

  1. la riprogettazione dell’industria energetica a livello locale che sia sostenibile e senza energia nucleare;
  2. un programma di sviluppo di energia che tuteli il futuro delle generazioni che verranno;
  3. una nuova idea di democrazia, in cui i cittadini riacquistano responsabilità e il potere di decidere su importanti questioni politiche e soprattutto ecologiche.

Nel 1986 dopo la catastrofe di Chernobyl che creò grande allarme in tutta la popolazione europea, a Schonau si formò il gruppo “Genitori per un futuro senza nucleare” che studiò soluzioni per evitare l’impiego del nucleare. Principalmente studiarono lo spreco di energia come problema principale nel consumo, migliorando poi la distribuzione dell’energia. Con una buona coibentazione della casa, la scelta di elettrodomestici a risparmio energetico ed abitudini molto semplici come fare il bucato solo quando la lavatrice è carica o staccare apparecchiature in stand-by (attesa) (TV, videoregistratori, radio, apparecchi telefonici …) si può risparmiare più del 50% di elettricità.

Cominciarono a risparmiare energia, scrissero un opuscolo con tutti i consigli per il risparmio energetico ed istituirono anche un concorso che premiava il risparmio energetico. Poiche’ produrre elettricita’ in grandi centrali energetiche e’ un enorme spreco di energia, in quanto il calore prodotto insieme all’elettricita’ viene disperso nell’ambiente circostante, se ne deduce che l’elettricita’ deve essere prodotta in modo decentrato e, dove possibile con sistemi rinnovabili – vento, acqua, sole o biomassa – oppure con impianti di cogenerazione. Gli impianti di cogenerazione sono motori che producono calore ed elettricita’ in luoghi dove entrambi possono essere usati simultaneamente. La produzione di elettricità da impianti di cogenerazione, non solo risparmia risorse ma anche contribuisce, da un punto di vista globale, ad una considerevole riduzione delle emissioni di C02.

Nel 1990 i membri dell’associazione “Genitori per un futuro senza Nucleare” e gli altri abitanti di Schónau fondarono la loro prima impresa per finanziare ed installare piccole e decentralizzate centrali elettriche.
Con gli anni hanno ampliato parecchi progetti. Per esempio hanno riattivato centrali idroelettriche e hanno finanziato impianti di cogenerazione condominiali che, producendo più elettricità di quanta se ne possa usare in un singolo edificio, immettono la restante energia in rete. Infatti nonostante il Comune avesse firmato un nuovo contratto con l’ente KWR per la fornitura di energia, i cittadini che non volevano più sottostare alle imposizioni dei grossi fornitori e delle lobbies, indirono un referendum per abolire le decisioni prese dal consiglio comunale. Si autofinanziarono e costituirono una societa’ a capitale pubblico per affrancarsi dalla dipendenza energetica.
L’acquisizione del controllo della rete elettrica locale fu il primo passo verso un futuro energetico ecologico auto-determinato. . L’impegno della Elektrizitatswerke Schonau (in breve EWS) è prima di tutto verso obiettivi ecologici e non per la massimizzazione del profitto. Questo significa che agli azionisti vanno basse quote di interesse a partire dal 2,5% fino ad un massimo del 5%. Se c’è altro denaro disponibile, verrà usato per promuovere l’idea ecologica. Oltre al rapporto economico annuale, la EWS deve presentare ai suoi azionisti il resoconto di quanto ha fatto dal punto di vista ecologico. I cittadini di Schonau hanno dimostrato che e’ possibile produrre una grande quantità di elettricità necessaria in ogni città con il risparmio energetico, con le energie rinnovabili e specialmente con piccoli impianti di cogenerazione decentralizzati. Ora, per l’uso economico di questa tecnologia, è necessaria una legge che tuteli la possibilità di chi produce energia pulita, con pannelli solari o altro, di poter vendere l’ esubero in rete, dando la possibilità di crescita ad energie realmente ecologiche e accessibili a tutti. Quello di Schonau è un discorso esportabile da tutte le parti ma è pericolosissimo, infatti se la gente capisce che può farsi l’energia da sola, capisce anche che può guadagnare dei soldi!

I cittadini di Schonau sono convinti che la questione energetica sia la questione centrale del nostro futuro e sono convinti che i problemi correlati possono essere risolti solo quando l’impegno dei gruppi ambientalisti, dei politici locali, delle chiese e di tutti i cittadini produrrà una pressione più forte della pressione dei grandi fornitori di energia e delle lobbies. Chiunque è chiamato a prendere parte a questo impegno, ad unirsi agli altri, a realizzare progetti e a fare pressione nell’interesse dei nostri figli e delle future generazioni. Niente crea questa pressione meglio dei progetti concreti.

A Schonau molte cose sono cambiate da Chernobyl: la maggioranza delle persone sono diventate più critiche e più consapevoli. Verificano le affermazioni degli esperti e formano le proprie opinioni, sono diventate più sicure e fiduciose nelle proprie capacità.

Che Schonau abbia realizzato la propria politica locale, non cambierà da solo il mondo. Ma se lo spirito di Schonau si diffonde, se la ricchezza della creatività, dell’iniziativa e dell’autodeterminazione che questi cittadini hanno accumulato nel corso di questi anni ispirerà altri, allora avremo lasciato un segno di speranza per il nostro futuro.